Proseguiamo il nostro cammino, mettendo i nostri piedi dentro le orme che Gesù ha stampato nella sabbia del deserto e delle città del Medio Oriente. In questo viaggio verso Gerusalemme, come la scorsa domenica Gesù anche oggi ci narra una parabola sulla misericordia del Padre. Un Padre eternamente innamorato dei suoi figli e sempre in attesa di un dialogo con loro, che a ognuno di loro dice: “Tutto ciò che è mio è tuo”. Leggiamo il testo:

Lc 15,1-3.11-32
 
In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: 
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Senza un lieto fine

È facile immedesimarsi nella prima parte di questo Vangelo: il figlio minore torna a casa, il Padre lo abbraccia, e a questa scena fa da sfondo la grandiosa festa preparata per il suo ritorno. Ma il Vangelo non finisce qui, come una bella fiaba dove “tutti vissero felici e contenti”. Perché è vero che in quel figlio tornato a casa c’è ognuno di noi, ma in ognuno di noi abita anche l’altro fratello che non se n’è mai andato e che ora reclama qualcosa di umanamente comprensibile: reclama giustizia, rinfaccia un capretto, esige dal padre di essere “visto” e amato anche lui.

Tutto è tuo

Potremmo essere tentati di mettere a tacere ora l’uno, ora l’altro fratello, ponendoci al posto di questo padre come un giudice che taglia corto e rimprovera entrambi. La verità è che entrambi non sono figli perfetti. Ognuno ha le sue ferite, e in noi abitano insieme l’uno e l’altro. Ma il padre non giudica, il padre non rimane fermo in casa: esce, va nei campi, va incontro anche a quel figlio stizzito dal ritorno in vita del fratello perduto. Il padre esce incontro anche al maggiore e gli ricorda chi è: “Figlio”.

E continua: “tu sei sempre con me” e “tutto ciò che è mio è tuo”. Così, a secco. Due frasi potenti, che anche a noi dicono: “tu sei sempre con me, perciò partecipi di ogni mio bene visibile e invisibile”. Quel figlio così vicino al Padre, eppure col cuore così lontano e assente, non si sentiva più figlio, ma servo, secondo un ruolo che egli stesso aveva scelto ma nessuno gli aveva mai dato. Chi ci ha comandato di lavorare fino allo sfinimento, fino a dimenticare persino chi siamo?

Quel padre, che aveva donato tutto al figlio minore, ricorda anche al maggiore che tutto è per lui. “È tutto vostro e voi siete di Dio”, recita San Paolo e una canzone di qualche anno fa. Tutte le stelle della notte, le nebulose e le comete, il sole su una ragnatela… i quadri, i libri, le culture, i grattacieli, le astronavi. E conclude: “Tutte le volte che perdono, quando sorrido e quando piango, quando mi accorgo di chi sono… è tutto nostro e noi siamo di Dio”.

E tu, resti a lavorare nei campi o entri alla festa?

Buon cammino di misericordia
Emanuela

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