Una donna fuori dal comune
Il luogo del giudizio non è la fredda aula di un tribunale e il giudice non è un vecchio inacidito. Non siamo nemmeno in una città affollata, ma in un’oasi di una zona montuosa.
Qui, alla fresca ombra di un’alta palma, a dirimere le questioni tra gli Israeliti che «salivano da lei per ottenere giustizia» è Debora, una profetessa, moglie di un tale Lappidòt (cfr. Gdc 4,4-6), nominato una sola volta in tutta la Bibbia. E non a caso. Che Debora (letteralmente il nome significa “ape”) sia una donna forte e fuori dal comune lo si capisce già dai primi versetti dedicati a lei dal Libro dei Giudici.
La cornice delle sue imprese è nuovamente una situazione di emergenza, di quelle che si ripresentano ciclicamente, ogniqualvolta gli Israeliti riprendono a fare «ciò che è male agli occhi del Signore».
Il persecutore di turno è il potente Iabin, re di Canaan, che ha dalla sua un generale fuoriclasse, Sìsara, il quale può disporre di un’eccezionale (per i tempi) apparato militare con ben novecento carri di ferro. Difficile dire con precisione che cosa fossero questi carri di ferro, ma certamente fornivano un vantaggio notevole nelle battaglie campali, unendo potenza e velocità. Impensabile per le tribù di Israele fronteggiare apertamente un simile nemico. Tanto che l’oppressione prosegue per vent’anni.
Profetessa carismatica
È Debora a dire basta a questa situazione sempre più insostenibile. Per passare all’azione non coinvolge il marito, ma Barak, un condottiero militare della regione di Neftali, regione molto più a Nord di quella dove Debora svolge la sua funzione di giudice. Lo convoca al suo cospetto e gli fornisce un dettagliato piano di guerra che non convince del tutto Barak. Egli però intuisce la forza carismatica di lei e pone una condizione: «Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò» (Gdc 4,8).
Debora accetta la condizione. Tuttavia, in veste di profetessa, gli annuncia: «non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini, perché il Signore consegnerà Sìsara nelle mani di una donna» (Gdc 4,9). La donna in questione si chiama Giaele e merita un ritratto tutto per lei (lo proporremo al nostro prossimo appuntamento).
Qui la scena è di Debora che agisce dietro le quinte e spinge il titubante e sospettoso Barak, ricordandogli che è Dio a condurre questa impresa: «Alzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sìsara nelle tue mani. Il Signore non è forse uscito in campo davanti a te?» (Gdc 4,14).
Madre di Israele
La battaglia che ne segue è un capolavoro di strategia che include anche le previsioni meteo. Lo scontro si svolge nella pianura di Izreel, nei pressi del monte Tabor e del fiume Kishon. Barak, arroccato con diecimila uomini sul monte Tabor, scende nella pianura dove si è schierato l’esercito di Sisara. Durante lo scontro si scatena un violentissimo temporale. La pioggia torrenziale gonfia le acque del Kishon, che straripa e invade i campi, trasformando la pianura in un pantano.
I carri di ferro di Sisara, che avrebbero dovuto garantire la superiorità sul campo, si impantanano e diventano inutilizzabili. Le truppe cananee si trovano in difficoltà, disorientate e prese dal panico, mentre l’esercito di Barak, li attacca senza tregua. La disfatta dei Cananei è totale. Sisara, comprendendo che la battaglia è ormai persa, abbandona il suo carro e fugge a piedi.
Questa inaspettata vittoria (e la successiva morte di Sisara per mano di Giaele) è narrata in uno dei più antichi testi biblici il “Cantico di Debora” (Gdc 5). In questo componimento epico Debora presenta se stessa come “madre in Israele” o offre una riflessione teologica sulla storia. Non esalta la forza degli uomini, non glorifica le armi, ma proclama l’opera di Dio: «Il Signore sconfisse, davanti a Barak, Sisara con tutti i suoi carri» (Gdc 4,15).
Israele non vince perché ha un esercito migliore, ma perché il Signore combatte per lui. Debora canta un Dio che cammina con il suo popolo, che si fa vicino, che scende «dalla steppa di Edom» (Gdc 5,4), che si manifesta nella concretezza del presente. Debora è segno della misericordia di Dio che non si stanca di chiamare il suo popolo, che suscita voci nuove, che non si arrende all’infedeltà degli uomini.
Il Cantico non nasconde le violenze e i drammi che la guerra porta con sé, ma si conclude con una bellissima benedizione.
«Coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto lo splendore».
Donna di fede
Debora è un personaggio di grande attualità sotto molti aspetti. Incarna la figura di una donna laica, sposata, madre (forse) e lavoratrice che, nella comunità dei credenti, svolge un ruolo di primissimo piano e di guida.
Ciò che la muove non è l’ambizione per sé o per la sua famiglia. (Il marito, come detto, resta sullo sfondo e nulla si dice di eventuali figli). È mossa, invece, da una grande fede nella misericordia di Dio che sempre cerca la salvezza degli uomini.
Patrizio Righero
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