Uno attender certo de la gloria futura (Paradiso 25, 67-68). Così Dante, interrogato da San Giacomo sulla speranza quasi alla fine del suo viaggio, dopo aver già superato l’esame di San Pietro sulla fede (Paradiso 24) e prima di sostenere la “terza prova” sulla carità con San Giovanni (Paradiso 26), definiva la seconda virtù teologale, della quale – parola di Beatrice, confermata da Dio stesso! (cf. Paradiso 25, 52-54) – alcun figliuolo della Chiesa militante può vantare di averne in misura superiore a Dante!
Del resto, proprio per questo – incalza Beatrice nel rispondere alle domande d’esame di San Giacomo, che aveva chiesto a Dante la definizione della speranza, quanta ne possedesse e da dove l’aveva attinta (cf. Paradiso 25, 46-48) – al ghibellin fuggiasco era stato concesso di salire dall’Egitto della terra alla Gerusalemme celeste, prima che il militare terreste fosse concluso: perché, confortato dalla vista della corte celeste, potesse confortare in sé e negli altri la spene, che là giù bene innamora (Paradiso 25, 44), la speranza che qui in terra fa innamorare del bene e amarlo, desiderarlo, compierlo.
Spene […] è uno attender certo / de la gloria futura, il quale produce / grazia divina e precedente merto (Paradiso 25, 67-69): speranza, dunque – dice il nostro Dante – è un attender certo, sicuro. Di cosa? Della gloria futura, della gloria del paradiso, della felicità senza fine. Ed è prodotto dalla grazia divina e dai meriti delle azioni buone.
È un attendere. Un aspettare… un qualcosa e un qualcuno che certo viene, che certo viene incontro e proprio per questo l’attendere non è solo aspettare ma anche tendere a, tendere verso questo qualcosa, questo qualcuno che viene. Che certamente viene. Un qualcosa – la gloria futura, il compimento della storia personale e universale – che è un Qualcuno: il τό ἐρχόμενον (ciò che viene) è anche un ὁ ἐρχόμενος (colui che viene), il Dio, uno e trino, che è l’amore che muove ogni realtà.
La speranza è, quindi, affare “futuristico” e “parusiologico”: ha a che fare con il futuro, il futuro di Dio che ci viene incontro e verso cui si va incontro nel presente, nell’oggi, dove la grazia e l’amore divino si danno e si compiono e dove i meriti si conquistano con il dramma della libertà e della volontà, che realizzano il bene.
Data la definizione di speranza, Dante si avvia subito a dire da quale fonte gli è venuta. La domanda non è peregrina. La speranza, infatti, l’uomo non se la dà da solo. Deriva da un altro che dà una certezza, una garanzia. Per Dante sono le Scritture, quindi la stessa Parola di Dio, che – sappiamo – crea e attraversa la storia, quasi ne fosse il principio e il filo conduttore. Sì, le Scritture hanno dato a Dante la speranza: i Salmi, in primis, pullulanti di fiduciosa speranza, ma anche le profezie di Isaia, la stessa lettera di Giacomo o lo scritto di suo fratello Giovanni, l’Apocalisse. Noi, figli del metodo storico-critico sappiamo che né Giacomo né Giovanni scrissero questi testi, ma tuttavia quello che Dante dice, dando il tu a quegli autori biblici, che incontra nel Paradiso, è davvero molto bello, perché dietro la lettera, l’opera, egli vede il tu che ha scritto e che è stato tramite del messaggio di speranza di Dio, quasi si fosse un filo di speranza che da Dio, da Cristo, per mezzo dello Spirito, per mezzo della filiera degli autori biblici e dei testimoni ha raggiunto e raggiunge tutti, invitando a sperare. Sperino in te color che sanno il nome tuo!
Sì, sperino. Speriamo. Speriamo quello che la speranza promette a ciascuno, a tutti. Sì, perché la speranza è una promessa. E allora Giacomo chiede a Dante quello che la speranza ti ‘mpromette. Attenzione! Non dice semplicemente promette ma ti ’mpromette. Promette a te. La promessa è sempre personale. Personale perché la fa una persona – in questo caso Dio – ad un’altra e chi la riceve si sente destinatario, fine, termine di quella promessa, che dischiude in chi la accoglie un’isola di certezza nel mare dell’incertezza e dell’imprevedibilità del futuro, come dice Hannah Arendt in Vita activa.
La promessa, che la speranza cristiana porta, è quella della vita eterna, il segno […] de l’anime che Dio s’ha fatte amiche (Paradiso 25, 90), ovvero il destino che è riservato agli amici di Dio: ciascuna anima – come promette Isaia e l’Apocalisse conferma – vestita ne la sua terra fia di doppia veste (Paradiso 25, 91-92), sarà vestita nella sua terra di doppia veste, cioè di anima e di corpo, perché ci sarà la risurrezione della carne, e la sua terra è questa dolce vita (Paradiso 25, 93), è la dolce vita del Paradiso.
Ciò che attende alla fine ciascuno è la risurrezione e con essa il compimento della storia, il compimento della propria storia, il compimento universale nella vita senza fine. Altrove, nel canto 14 del Paradiso, Dante aveva già spiegato questo fine glorioso e felice e aveva visto la gioia dei beati, ora solo sempiterne fiamme, desiderare i corpi risorti non solo per essere completi e pieni ma anche per riabbracciare i propri cari. Forse sono proprio loro l’icona più bella della speranza: già arrivati alla meta, già investiti di gloria futura, ne attendono ancora con trepidazione il compimento ultimo e definitivo, che non li riguarda in quanto singoli ma in quanto intrecciati nella relazione agli altri. Perciò sperano non solo con gli altri ma anche per gli altri!
E sperano non tanto il possibile a scadenza, come avrebbe detto secoli dopo Ernst Bloch, che pur riconosceva che la speranza è la realtà più forte e migliore che si dia, quanto un certo senza scadenza che già è e che in chi ne accoglie la promessa orienta il presente. Sperano il definitivo che non chiude la storia ma la compie, anzi l’ha già compiuta e l’ha già resa piena e divinizzata, ma attende solo di riempire di sé tutta la realtà, come la kabod di Dio che nell’immaginario biblico riempiva ogni cosa.
È questa la gloria futura che certi attendiamo, la gloria futura che certa ci attende!
Francesco Pacia
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